La lotta alla mafia una seconda Resistenza
Il fenomeno mafioso – si legge nelle “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni emanate il 23 maggio 2007, quindicesimo anniversario della “Strage di Capaci” – è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui, nella scuola, «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie, dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività,
che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti – e non soltanto nel Sud – del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».
In questo senso, il documento integra e sviluppa le indicazioni espresse dal ministro Rosa Russo Jervolino nell’ottobre del ’93 in una circolare dal contenuto più generico ma non meno incisivo relativamente all’obiettivo da raggiungere: costituendo «la lotta alla mafia un’occasione decisiva per la difesa delle Istituzio-ni democratiche», è necessario che gli in-segnanti, nella loro azione educativa, si muovano nella consapevolezza che «soltanto se l’azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquistare caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all’incalzare temibile del fenomeno criminale».
Rita Borsellino
«La guerra alla mafia è la nuova Resistenza» aveva dichiarato nel novembre di due anni fa Rita Borsellino a “Contromafie”, il convegno organizzato a Roma da Libera. «La lotta alle cosche – aveva aggiunto – si fa tutti i giorni. Bisogna scegliere da che parte stare e devono essere i giovani i protagonisti della resistenza civile».
L’appello della sorella del magistrato, per lungo tempo vicepresidente di Libera, è sicuramente encomiabile ma, a un’attenta riflessione, si rivela piuttosto riduttivo e in un certo senso fuorviante. Quale il punto? Le disposizioni e gli inviti dei responsabili dell’istruzione pubblica non possono che essere rivolti agli studenti, che ovviamente hanno una certa età. Ma i messaggi lanciati nel corso di una manifestazione organizzata da Libera, alla quale aderiscono 1.300 associazioni create e gestite da persone di tutte le età, possono avere come principali destinatari i giovani, privi di mezzi di pressione sui signori del “Palazzo” per spronarli ad un’azione energica e risolutiva contro le mafie? Insomma, possono i giovani, da soli, lottare contro organizzazioni che operano in tutti i continenti, manovrano miliardi ed hanno vantato – o vantano, stando ad alcuni nomi che figurano in certe liste elettorali – amicizie altolocate persino nelle istituzioni deputate all’azione di contrasto del crimine? In altri termini, si può far finta di ignorare che quella che si presenta oggi ai giovani è una realtà che nel passato lontano e recente gli adulti – semplici cittadini e soprattutto uomini delle Istituzioni – non hanno voluto o saputo evitare facendo spesso orecchio da mercante davanti alle legittime pretese di fedeli servitori dello Stato che hanno poi perso la vita per aver contrastato le mafie agendo con coraggio, in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno?
Il messaggio di Paolo
È una provocazione di cattivo gusto o un doveroso richiamo alla verità delle cose il ricordo, ad esempio, dell’inutilità delle parole pronunciate da Paolo Borsellino nell’ormai lontano agosto dell’86 commemorando il commissario Montana, il vice questore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia trucidati uno dopo l’altro l’anno prima? «Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità – disse – hanno il gravoso e meritorio compito di tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione. Si deve rifiutare il concetto di emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e vanno ritenuti privi di significato valido i costanti richiami alla normalizzazione». I provvedimenti auspicati in quegli anni sia da Paolo Borsellino che da Giovanni Falcone per poter svolgere un’adeguata azione di contrasto del fenomeno, furono emanati
– e si rivelarono validi – solo dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Ma non fu tutto rose e fiori, come ricorda Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, nel libro L’eredità scomoda: «La sensazione che non venisse fatto tutto quel che era necessario per sconfiggere definitivamente e al più presto possibile l’inquinamento ambientale e morale, finanziario e civile di cui era responsabile da decenni la criminalità organizzata l’avemmo subito dopo le stragi. Già allora cominciammo a dire: quel che si sta facendo è giusto, però non basta».
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