EDITORIALE 3


Questa settimana l’argomento è unico, sebbene a prima vista i tre pezzi sembrino fra loro lontani e disconnessi. In effetti, l’essere quel che si è, l’utilizzo delle energie rinnovabili e il cambiamento delle politiche occidentali, dissipatrici ed energivore, sono argomenti strettamente legati da una ragione fondamentale: la sopravvivenza del pianeta.

Quel sistema di vita entro il quale continuamente scorrono i nostri giorni nel modo che conosciamo è, infatti, giunto al capolinea. Sono molte le questioni aggrovigliate in modo pressoché inestricabile cui siamo posti di fronte: la diminuzione delle risorse energetiche, il surriscaldamento dell’atmosfera, l’esplosione demografica, la distribuzione ineguale del reddito pro capite, lo smaltimento dei rifiuti, il degrado della democrazia nell’Occidente. Tutto si tiene e dobbiamo risolverle in tempi ragionevoli.

Anche nella spocchiosa e prepotente America, quella stessa che ha rifiutato l’applicazione del protocollo di Kyoto in nome del profitto delle sue industrie, è da tempo attivo, ormai,  un movimento d’opinione sempre più numeroso nel reclamare la necessità di una revisione radicale delle politiche fin qui seguite, cause del disastro ambientale sociale politico e culturale in corso. Nel corso dell’appena terminata campagna elettorale per le primarie democratiche, ne hanno più volte parlato sia il candidato alla Casa Bianca Barack Obama sia la sua ex competitrice Hillary Clinton, facendo propri gli appelli lanciati dal Premio Nobel per la pace Al Gore. Il nostro governo invece non ha saputo far altro che pensare ad un ritorno al nucleare (v. in proposito l’intervista al nostro Premio Nobel Carlo Rubbia), forse sospinto a ciò dalle interessate pressioni di onnipresenti imprese italiane, oppure a mezzi costosi e inquinanti come i rigassificatori e il carbone. E’ una risposta assolutamente sbagliata, perché basata sull’uso di prodotti minerari, di cui non conosciamo le disponibilità e che saranno trascinati dall’aumento del prezzo del petrolio in una sorta di perverso effetto domino. Così non ci libereremo dalla dipendenza. In compenso continueremo ad inquinare il Bel Paese, per essere poi costretti in un futuro non lontano a pagare lo stesso conto di oggi maggiorato degli interessi.

E’ una risposta sbagliata perché continuerà ad esporci al rischio di guerre. Non è un mistero che le situazioni di tensione attuali, dall’Iraq all’Afghanistan, dal Golfo del Niger all’Indonesia, sono state originate dalla necessità dell’Occidente capitalistico di controllare il flusso delle materie energetiche, attraverso la costruzione di immensi gasdotti e oleodotti, per mantenere inalterato questo stile di vita basato sui consumi e sull’aumento indiscriminato della produzione, sul PIL e sul controllo sociale dei cittadini, messo in atto per mezzo della pubblicità da una parte e dell’aumento esponenziale dell’indebitamento familiare (leggi rate) dall’altro.

Si può uscire da questa situazione in un solo modo: mutando radicalmente il nostro stile di vita, consumando meno, assumendo la mentalità del riciclo completo di ogni bene o risorsa, lasciando questo mondo non come ce l’hanno lasciato i protagonisti di questa folle storia secolare di sprechi, conflitti ed efferate crudeltà, ma migliorandolo. Nel conflitto tra natura e cultura abbiamo fatto in modo che la prima perdesse. Così abbiamo perso un po’ tutti.

Dobbiamo mutare i nostri stili di vita: risparmiando energia, riciclando, riusando più volte la stessa cosa, riscoprendo la bellezza della manualità, delle piccole produzioni locali, del decentramento delle decisioni, unico mezzo per porre in essere una vera e reale forma di democrazia partecipata. Oggi i governi, come bene aveva visto e previsto nel 1848 un certo tedesco di Treviri, non sono che immagini distorte di democrazia, riflesse dallo specchio deformante delle grandi imprese multinazionali, utili solo agli interessi queste ultime.

Non ci può essere un modello economico indiscriminatamente valido in tutto il mondo, da Capo Nord a Capetown o dalla Siberia all’Australia. Né un sistema politico che vada bene per le più disparate storie e antropologie, per l’Occidente avanzato e per i paesi più poveri e depressi. I governi degli Stati, oggi, sono semplicemente una caricatura dei Consigli di Amministrazione, in quanto devono semplicemente uniformare le loro decisioni a quella della potenza dominante, così come nelle Società per azioni vale la volontà dell’azionista di maggioranza. Le elezioni, così come si svolgono oggi, rappresentano semplicemente un rito ingannevole che lascia chi vi partecipa sempre più insoddisfatto, prescindere dalle sue scelte. Viviamo in un mondo che genera infelicità. Un mondo che ci presenta modelli di vita che spesso ci lasciano una sola scelta: la violenza o il suicidio.

È in noi, nelle nostre coscienze, che dobbiamo trovare le risposte giuste, i suggerimenti per un’azione incisiva. Magari anche abbastanza presto.