EDITORIALE 2
Tu mi dici: “Sono zingari, che ti frega?”. Ma non hai capito che questo è solo un inizio? Che cosa ha fatto Bush dopo la tragedia del settembre 2001? Ha detto semplicemente “Adesso, per condurre al meglio la lotta contro il terrorismo, devo togliere un poco di libertà a voi tutti”. Gli americani gli hanno detto di sì quasi ad una sola voce. E allora giù con le intercettazioni della posta elettronica e dei telefoni, i controlli negli aeroporti, la sospensione dei diritti civili, le telecamere agli angoli di tutte le strade e ai portoni di tutti i palazzi, la mano libera alla polizia. Ogni giorno un allarme: i kamikaze, l’antrace, il gas nervino, l’esplosivo liquido. Così ovunque. E’ capitato persino che la più celebre polizia del mondo, Scotland Yard, sopraffatta da un irrefrenabile slancio di zelo antiterrorismo, abbia fulminato un innocente elettricista brasiliano sulla scala mobile di una stazione della metropolitana londinese, in mezzo alla folla.
La verità era molto più banale. Si voleva semplicemente nascondere con dei falsi pretesti una crisi economica travolgente (in cammino da ben prima dell’ 11/9) che aveva inceppato quasi tutti i meccanismi dell’economia di mercato. Occorreva creare un diversivo, un capro espiatorio, un nemico da abbattere, un canale di sfogo del malcontento popolare. Il nostro governo non ha fatto altro che appropriarsi di quella tecnica: prima di tutto crearsi un nemico.
Le statistiche europee sul crimine affermano che siamo uno dei paesi più sicuri di tutta la Comunità. Eppure oggi l’informazione vuole farci credere che la nostra sicurezza è minacciata da qualche decina di migliaia di straccioni che fanno accattonaggio o, al massimo, borseggio o furto con destrezza. Si è cominciato in campagna elettorale, dopo l’uccisione della povera signora Reggiani ad opera di un non meglio definito rom o rumeno. Allora il sindaco della capitale mandò le ruspe a demolire gli accampamenti delle periferie dell’urbe, rese squallide non già dai nomadi residenti, ma dalle varie amministrazioni, la sua inclusa, succedutesi nel tempo. Dopo quel terribile delitto qualcuno pensò di vendicare l’italianità offesa scatenando la caccia al rumeno. Vi furono aggressioni, esplosioni cieche e irrazionali di violenza, fino a questi giorni, in cui cittadini onesti armati di bottiglie molotov e di spranghe vanno all’assalto delle baracche di un’umanità diseredata e reietta, a dimostrazione di quel che potrebbe accadere domani. E’ il frutto del vento seminato dalla destra e dal suo formidabile apparato di persuasione, a partire da anni non proprio vicini. Potrebbe essere forse la prima applicazione di un disegno scientifico di limitazione delle libertà individuali. In questo contesto ci spaventa l’assenza quasi totale di voci di opposizione, capaci di denunce chiare e forti contro le violazioni dei diritti umani, sia in nome di una praticata fede religiosa sia in difesa di un’etica laica.
Perché domani, dopo che l’ultimo rom sarà stato chiuso in una riserva, come accadde ai nativi americani, si renderà necessario trovare altri colpevoli. Allora la spirale della violenza di stato si avviterà in cerchi sempre più stretti, che prima ci lambiranno, poi ci rinchiuderanno dentro un qualche recinto.
Diciamola tutta: di razzismo si tratta. E se ora questo è diretto verso l’esterno, verso gli zingari miserabili e altri da noi, domani potrà colpire i poveracci di casa nostra, tanto sul piano individuale sia collettivo.
E’ il fascismo che avanza, privandoci della ragione, scatenando i nostri istinti animali, portandoci al mors tua vita mea, per giustificare in tal modo l’avvento del Leviatano. Ed è nostro dovere opporre ad esso la limpidezza culturale delle pagine della Costituzione. Come era riportato in un editoriale del quotidiano Il Manifesto del 17 scorso, “Il razzismo (….) altro non è che la selezione, personalmente tranquillizzante, tra chi può vivere e chi deve morire. I roghi dei campi nomadi sono le avvisaglie dei pogrom, definiti dai dizionari «sommosse popolari scatenate con l’appoggio o con la tolleranza delle autorità contro le minoranze etniche o religiose». Alla base di ogni pogrom c’è la costruzione, abile e paziente, del «capro espiatorio» che, a sua volta, fa apparire naturale e spontanea la reazione che porta al rifiuto, all’annientamento, alla distruzione fisica dello stesso. È bene ricordarlo senza sottovalutazioni. La strumentalizzazione della «sicurezza» non è nuova. Senza memoria e senza opposizione intransigente un cupo passato può tornare”.
